Che ruolo possono avere le aziende nel cinema?
Qualcuno potrebbe partire proprio da questa domanda. A prima vista cinema e impresa sembrano mondi distanti. Da una parte la cultura, il racconto, l’immaginazione, il pubblico, la comunità, le persone. Dall’altra la produzione, l’organizzazione, il mercato, la responsabilità verso clienti, fornitori.
Il legame esiste ed è molto più concreto di quanto sembri.
Qualche tempo fa fu proprio un attore a dirmi una frase che mi è rimasta impressa. Marco, ti devo parlare delle società benefit, perché io so che possono aiutare il cinema, però faccio fatica a spiegarti bene come. Fui contento di quella interlocuzione. Da una parte perché il motivo lo conoscevo. Dall’altra perché chi lavora davvero sul campo aveva già intuito il meccanismo. Aveva compreso che il cinema, soprattutto quando racconta ambiente, diversità, inclusione, fragilità sociali e cambiamenti culturali, può diventare parte concreta di una strategia ESG e di beneficio comune.

Ed eccomi qui, all’Italia Green Film Festival, a Roma, Montecitorio, al taglio del nastro, con la possibilità di spiegare tutto questo secondo la mia (modesta) visione. Una visione che nasce dall’economia civile, partecipata, della natura, del sociale, delle comunità e della responsabilità delle imprese. Il cinema green va oltre l’ambiente si potrebbe dire. Ma in che senso? Quando si parla di cinema green, molti pensano subito alla crisi climatica, alla biodiversità, all’energia, ai territori da proteggere, alla riduzione degli impatti ambientali. Sono temi centrali e restano fondamentali. Ma il green oggi ha una dimensione più ampia. Dentro una lettura ESG, il cinema green può raccontare anche la società che vive dentro l’ambiente. Può parlare di persone, inclusione, diversità, autismo, disabilità, parità di genere, disagio giovanile, solitudine degli anziani, cambiamento demografico, migrazioni, povertà educativa e nuove forme di coesione sociale.
Questa è la sua potenza. Il cinema riesce a trasformare le transizioni in storie, i dati in volti, le fragilità in consapevolezza collettiva. Un film, un documentario, una rassegna o un festival come l’Italia Green Film Festival possono aprire spazi di comprensione che spesso un report tecnico fatica a generare. Raccontare l’autismo significa aiutare la società a guardare con più attenzione una condizione spesso trattata con distanza. Raccontare la diversità significa dare spazio a identità, linguaggi, esperienze e talenti che chiedono ascolto. Raccontare la disabilità significa parlare di diritti, accessibilità, lavoro, autonomia e dignità. Raccontare i territori feriti da crisi ambientali o marginalità sociale significa restituire valore a comunità che chiedono futuro.

Se il cinema ha questa forza, allora le aziende possono avere un ruolo decisivo. Possono sostenere progetti cinematografici e culturali capaci di generare impatto ambientale, sociale e valoriale. Possono farlo attraverso percorsi ESG, attraverso la trasformazione in società benefit, attraverso il bilancio di sostenibilità e attraverso attività coerenti di bene comune. Diventare società benefit significa inserire nello statuto una finalità di beneficio comune. Significa dichiarare che l’impresa intende generare valore oltre che economico anche ambientale, sociale e culturale. Per questo una società benefit può sostenere il cinema green come parte della propria missione, quando quel cinema contribuisce a diffondere cultura della sostenibilità, inclusione, consapevolezza e attenzione verso le comunità. Il bilancio di sostenibilità permette invece di raccontare ciò che l’azienda realizza. Raccontare, in questo caso, significa misurare, ordinare, rendere visibili gli impatti e spiegare al mercato, agli stakeholder quale valore è stato generato. Se un’impresa finanzia un progetto cinematografico dedicato alla diversità, all’autismo, alla tutela ambientale o alla rigenerazione sociale, quel progetto può diventare parte del racconto del suo impatto.
Pensiamo a un’azienda che produce manufatti o mobili (ma potrebbe occuparsi di qualsiasi altra cosa). Il primo passo resta quello più concreto. Ridurre l’impatto ambientale e sociale della propria produzione, scegliere materiali più sostenibili, migliorare i processi, limitare sprechi, emissioni e consumi, garantire condizioni di lavoro dignitose, costruire una filiera più responsabile e relazioni corrette con il territorio. La sostenibilità parte da ciò che l’impresa fa ogni giorno. Parte dal modo in cui lavora, acquista, produce, distribuisce, assume, forma le persone, seleziona i fornitori e dialoga con la comunità. Solo dopo questo primo passaggio, che resta essenziale, quella stessa azienda può decidere di finanziare la produzione di un film, di un documentario o di un progetto culturale capace di raccontare ambiente, diversità, autismo, disabilità, inclusione, rigenerazione dei territori o nuove fragilità sociali.
A quel punto il cinema diventa parte di una strategia più ampia. Diventa uno strumento culturale attraverso cui l’impresa contribuisce alla crescita della consapevolezza collettiva. Se questa attività viene misurata e inserita nel bilancio di sostenibilità, assume anche un valore reputazionale e strategico. E qui si apre il punto decisivo. Un’azienda che riduce il proprio impatto, diventa società benefit o redige un bilancio di sostenibilità rafforza la propria reputazione. Mostra al mercato un impegno più chiaro, più ordinato, più credibile. Comunica ai clienti, ai fornitori, ai partner, agli investitori e ai consumatori che il proprio percorso ESG ha una direzione. Questa reputazione rafforza la catena del valore. Le grandi imprese, le pubbliche amministrazioni, i clienti strutturati e molti committenti guardano sempre di più alla capacità dei fornitori di dimostrare attenzione ai criteri ambientali, sociali e di governance. L’UE, ma ormai tutto il mondo, spinge in questa direzione e il mercato segue la stessa traiettoria. Dall’altra parte c’è il consumatore. Il cambiamento culturale è già in corso. Chi acquista guarda con crescente attenzione alla provenienza dei prodotti, ai materiali, alla filiera, alla reputazione dell’azienda, alla coerenza tra ciò che l’impresa dichiara e ciò che realizza. Per questo la sostenibilità serve a rimanere nel mercato e ad acquisire nuovo mercato. Serve a essere scelti come fornitori. Serve a rafforzare la fiducia. Serve a distinguersi. Serve a trasformare la responsabilità in vantaggio competitivo. Dentro questa traiettoria, il cinema può diventare una delle forme più interessanti e potenti di beneficio comune. Un’azienda può sostenere un film che parla di giovani e periferie. Può finanziare un documentario sulla biodiversità. Può partecipare a una rassegna dedicata all’inclusione. Può promuovere un progetto audiovisivo sull’autismo, sulla disabilità, sulla parità di genere, sulla salute mentale, sulla povertà educativa o sulla rigenerazione dei territori. In tutti questi casi il cinema diventa uno strumento di impatto. Aiuta a cambiare lo sguardo collettivo, rafforza la cultura della sostenibilità e porta nel dibattito pubblico temi che riguardano la vita reale delle persone. La E degli ESG racconta ambiente, clima, natura e territori. La S racconta persone, inclusione, fragilità, diritti e coesione sociale. La G racconta scelte, trasparenza, governance e responsabilità. Il cinema può tenere insieme queste tre dimensioni e trasformarle in racconto pubblico. Quella che vedo in questo percorso è una nuova economia, il senso dell’economia civile. Un’economia in cui l’azienda produce valore economico e contribuisce allo stesso tempo a generare valore ambientale, sociale e culturale. Un’economia in cui il profitto resta parte essenziale della vita d’impresa, ma viene inserito dentro una visione più ampia di responsabilità, comunità, reputazione e futuro.

E se qualcuno mi chiedesse se questa è filosofia, risponderei che sì, lo è. E va bene così. Perché anche l’economia nasce da una visione dell’uomo, della comunità e del modo in cui decidiamo di abitare il mondo. La parola economia richiama il greco oikos e nomos, la casa e la sua amministrazione. Parla quindi della cura della casa, della famiglia, dello spazio comune in cui viviamo. E allora mi chiedo davvero se possiamo amministrare la casa comune senza una filosofia di vita, senza un’idea di responsabilità, senza una visione del bene comune.
E chi, in casa sua, vorrebbe la guerra? (maledetta guerra!)
Questa filosofia economica riduce il conflitto perché prova a tenere insieme interessi che spesso vengono trattati come separati. Impresa e ambiente. Profitto e comunità. Produzione e dignità del lavoro. Innovazione e tutela dei territori. È una filosofia innovativa perché guarda alle risorse rinnovabili, ai processi produttivi più sostenibili, alla riduzione degli impatti ambientali e sociali, alla capacità dell’impresa di generare valore senza consumare il futuro. È una economia che guarda al bene comune di tutti, compreso l’imprenditore. Anche l’imprenditore ha bisogno di vivere in una società più giusta, in territori più stabili, in comunità più forti, in mercati più consapevoli. E quando l’impresa genera ricchezza, quella ricchezza può diventare strumento di sviluppo, lavoro, inclusione, cultura e dignità. Può diventare la possibilità concreta di tenere dentro tutti. In questo senso, il richiamo alla Laudato si’ di Papa Francesco è molto forte. Nell’enciclica, egli tiene insieme ambiente, persona umana, giustizia sociale, bene comune e generazioni future. Papa Francesco afferma anche che politica ed economia, pensando al bene comune, devono porsi al servizio della vita, specialmente della vita umana. E non dice mai che l’imprenditore si deve impoverire, anzi. Francesco parla della “vera vocazione” degli imprenditori come capacità di “produrre ricchezza al servizio di tutti” e definisce l’attività imprenditoriale una “nobile vocazione” orientata a produrre ricchezza e migliorare il mondo per tutti. Questo passaggio per me è decisivo. La sostenibilità vera ha bisogno di una visione integrale. Ambiente e società camminano insieme. La cura della natura e la cura delle persone appartengono allo stesso percorso. Nella Laudato si’ emerge con chiarezza che la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore sono dimensioni inseparabili.
All’Italia Green Film Festival ho ritrovato questa visione anche nelle persone. Persone che ci credono davvero e che, forse senza saperlo fino in fondo, si sono assunte una responsabilità enorme. Trasformare il cinema green in uno spazio di coscienza civile, culturale e sociale. Penso a Pierre Marchionne, Paolo Coluzzi, Silvia Armeni, a Milena Mariano, Valentina Tudini, Federico Plutino, Marilena Spiridigliozzi, a Gabriele Abbate, Matteo Vagnini, e a tutte le persone strepitose che hanno dato corpo, energia e credibilità a questo percorso. A loro va riconosciuto qualcosa che va oltre l’organizzazione di un evento. Hanno costruito luoghi di incontro, occasioni di pensiero, una piattaforma in cui cinema, istituzioni, imprese e società civile possono parlarsi di futuro e dentro una visione comune. Chi organizza iniziative come questa mette insieme sensibilità diverse, affronta complessità, tempi stretti, responsabilità e aspettative. Eppure è proprio da questo lavoro, a volte silenzioso e faticoso, che nascono i cambiamenti culturali più importanti. Per questo credo che debbano essere orgogliosi di ciò che hanno realizzato, perché l’Italia Green Film Festival non è soltanto un appuntamento culturale, ma un progetto che può aiutare il Paese a capire meglio le transizioni che stiamo vivendo. Portare avanti questo percorso significa continuare a dare voce a storie, persone, territori e imprese che vogliono costruire un futuro più consapevole. Significa tenere aperto uno spazio necessario, dove il green non resta una parola tecnica, ma diventa racconto, responsabilità, educazione e comunità. Ed è proprio per questo che spero continuino con ancora più forza, perché progetti così servono. Servono alla cultura, servono alle imprese, servono alle istituzioni e servono a tutti noi. Perché alla fine le transizioni camminano sulle gambe delle persone. Le norme indicano la strada. Le imprese possono scegliere di percorrerla. Ma sono le persone a renderla viva. E quando incontri chi mette competenza, passione, visione e responsabilità dentro un progetto culturale, capisci che la sostenibilità smette di essere una parola e diventa comunità. Ecco cosa ho visto all’Italia Green Film Festival. Ho visto la possibilità di unire ESG, aziende e cinema dentro una visione più matura del green. Un green che parla di ambiente e anche di società, diversità, cultura, territori e persone.Le imprese hanno bisogno di strumenti concreti per rendere credibile la sostenibilità. La società benefit dà forma giuridica all’impegno. Il bilancio di sostenibilità lo rende misurabile e comunicabile. Il cinema può renderlo umano.

Ed è qui che si apre una strada importante. Una strada in cui cultura, impresa e sostenibilità camminano insieme. Una strada in cui il cinema green diventa anche cinema sociale. Una strada in cui le aziende contribuiscono alla crescita del Paese, rafforzando allo stesso tempo reputazione, fiducia e vantaggio competitivo.
Il mio video intervento è qui sotto:



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