Per anni abbiamo spiegato ai cittadini che il futuro della plastica dipendeva dalla raccolta differenziata. Separare gli imballaggi, usare correttamente i contenitori, migliorare la qualità dei conferimenti. Milioni di persone lo fanno ogni giorno e il sistema italiano ha raggiunto risultati importanti. Eppure una domanda resta sul tavolo. Che senso ha raccogliere, selezionare e riciclare sempre più plastica se, alla fine della filiera, alle imprese conviene di più acquistare materia vergine?
Abbiamo concentrato per anni una parte enorme della comunicazione ambientale sull’ultimo gesto del consumatore, per poi ritrovarci con i centri di stoccaggio stracolmi ed un cortocircuito del sistema che non riesce più a smaltire la plastica.
È questo il paradosso che rischia di indebolire una parte dell’economia circolare europea e non solo.
Nel 2025, secondo COREPLA, la raccolta differenziata urbana degli imballaggi in plastica in Italia ha raggiunto circa 27 chilogrammi per abitante, e circa 970 mila tonnellate sono state riciclate. Il tasso di riciclo si è avvicinato al 50 per cento dell’immesso al consumo. Abbiamo quindi costruito un sistema capace di raccogliere e recuperare quantità significative di materiale. Poi arriva il mercato: la plastica raccolta viene selezionata, lavorata e trasformata in materia prima seconda. Per chiudere il cerchio serve però un’impresa disposta ad acquistarla. Ed è qui che la sostenibilità incontra una regola molto più antica dell’economia circolare. Il prezzo.
In molti casi la plastica vergine riesce ad arrivare sul mercato a condizioni economiche più convenienti rispetto alla materia riciclata. COREPLA ha richiamato le difficoltà attraversate dal settore europeo del riciclo, stretto tra costi industriali, debolezza della domanda e concorrenza di polimeri vergini provenienti anche da mercati extraeuropei. Anche la Commissione europea ha evidenziato il peso dei bassi prezzi della materia vergine e delle importazioni sulla competitività dei riciclatori europei.
A questo punto la domanda cambia completamente. Il problema della plastica riguarda il cittadino che sbaglia contenitore oppure riguarda un sistema economico che riesce a rendere più conveniente produrre nuova plastica anziché utilizzare quella che abbiamo già raccolto e riciclato?
Quando un’impresa acquista materia prima guarda qualità, disponibilità, continuità delle forniture e prezzo. Se la materia vergine costa meno, la scelta industriale diventa prevedibile. La sostenibilità può entrare nelle strategie aziendali, nei bilanci ESG e nelle dichiarazioni pubbliche, ma davanti a un differenziale di costo significativo il mercato tende a seguire la convenienza economica, e basta.
Ed è qui che, a mio avviso, dobbiamo avere il coraggio di spostare il dibattito. Il cittadino separa l’imballaggio. Il Comune organizza il servizio. La filiera raccoglie. Gli impianti selezionano. Le aziende del riciclo trasformano il materiale. Dopo tutti questi passaggi serve qualcuno che compri ciò che abbiamo ottenuto. Se manca una domanda industriale adeguata, il cerchio resta aperto.
Per questo considero la plastica un problema di filiera e di politica industriale prima ancora che una questione legata al cestino della raccolta differenziata.
Ora serve guardare ai primi passaggi della produzione. Quanta materia vergine immettiamo sul mercato? Quanto costa rispetto alla materia riciclata? Quali imprese utilizzano materiale recuperato? Quali strumenti rendono economicamente conveniente questa scelta? Ma soprattutto, quali alternative alla plastica possiamo rendere industrialmente ed economicamente sostenibili?
Sono queste le domande che possono cambiare il sistema.
L’Europa sta iniziando a muoversi in questa direzione. Il nuovo quadro europeo sugli imballaggi introduce progressivamente quote minime di materiale riciclato per diverse tipologie di packaging a partire dal 2030. Significa creare per legge una domanda di materia riciclata che il mercato, da solo, fatica ancora a garantire.
La direzione ha senso perché l’economia circolare funziona quando anche la materia recuperata acquista un valore industriale ed economico. Servono aziende che acquistano materiale riciclato, investimenti negli impianti, innovazione tecnologica, prodotti progettati per essere riciclati più facilmente e filiere capaci di programmare insieme domanda e offerta.
Continuare a chiedere ai cittadini di differenziare meglio resta utile. Chiedere alle imprese e alle istituzioni di costruire un mercato capace di utilizzare quella materia è ancora più necessario e assolutamente urgente. Perché se alla fine della catena la materia vergine costa meno e conquista il mercato, avremo costruito una macchina capace di raccogliere e riciclare senza aver risolto il punto decisivo: la plastica diventa circolare quando torna a essere materia e qualcuno sceglie di comprarla.



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