E ci ritrovammo tutti a pedalare. Come immagine, tutto sommato, potrebbe perfino apparire positiva. Pedalare richiama una dimensione essenziale, sobria, sostenibile. Fa pensare a città più vivibili, a uno stile di vita più sano, a una mobilità che restituisce centralità alle persone invece che al consumo. Il punto, però, è che una scena del genere può raccontare due storie molto diverse. Può essere il segno di una civiltà che ha scelto con maturità la sostenibilità. Oppure può diventare il simbolo involontario della nostra incapacità di liberarci dalla dipendenza dall’oro nero.

È qui che si colloca la mia provocazione pasquale. A cinquant’anni dalle grandi crisi petrolifere, il mondo continua a trascinarsi dentro una fragilità energetica che avremmo dovuto affrontare con ben altra lucidità. Abbiamo conosciuto shock, rincari, instabilità geopolitiche, conflitti e ricatti economici. Abbiamo avuto il tempo di comprendere che affidare la tenuta delle nostre economie quasi esclusivamente alle fonti fossili avrebbe significato restare esposti a una vulnerabilità permanente. Eppure, dopo mezzo secolo, continuiamo a discutere di transizione energetica come se fosse ancora una possibilità da valutare, quando avrebbe già dovuto essere una scelta strutturale.

Il cambiamento climatico rende questa urgenza ancora più evidente. Però il punto che voglio sottolineare è un altro, ed è ancora più netto. Anche al di là della questione climatica, avremmo dovuto e dovremmo investire nelle energie alternative. Avremmo dovuto farlo per ragioni economiche, geopolitiche, di sicurezza e di autonomia strategica. Una società che basa il proprio equilibrio energetico sulle fonti fossili consegna una parte decisiva del proprio destino a fattori esterni che controlla appena. Prezzi, approvvigionamenti, crisi internazionali, tensioni commerciali, guerre e speculazioni possono rapidamente trasformarsi in instabilità diffusa.

Per questa ragione considero miope ogni scelta che rinvia gli investimenti nelle rinnovabili e nell’innovazione energetica. Ogni rinvio produce un costo che si trasferisce sulle famiglie, sulle imprese, sulla competitività dei sistemi produttivi, sulla qualità della vita dei territori. Ogni esitazione prolunga una dipendenza. La transizione energetica va allora letta per quello che realmente è. Una necessità ambientale, certo, però insieme una scelta industriale, politica e civile. È una questione che riguarda il modello di sviluppo, la libertà delle economie, la sicurezza delle democrazie, la stabilità delle società.

L’Europa, dentro questo scenario, avrebbe avuto tutte le condizioni per porsi alla guida di questa trasformazione con una forza maggiore. In parte lo ha fatto, però resta la sensazione nitida di un’occasione sfruttata solo in parte. Troppo spesso la ricerca ha ricevuto meno di quanto servisse. Troppo spesso la connessione tra sapere scientifico, capacità industriale e visione politica è rimasta incompleta. Questo è uno dei veri peccati del nostro tempo. Perché investire meno del necessario nella ricerca significa rallentare l’emersione di soluzioni che avrebbero potuto rendere più forti i territori, più autonome le comunità, più robuste le filiere industriali europee.

I fattori ESG aiutano a leggere bene il senso di questa transizione. L’ambiente richiama l’urgenza di ridurre l’impronta ecologica del nostro modello di sviluppo. La dimensione sociale mostra che l’energia tocca salute, lavoro, giustizia territoriale e qualità della vita. La governance richiama la responsabilità di istituzioni, imprese e finanza. Se assunto con autenticità, l’ESG smette di essere una formula e diventa una bussola. Da qui emerge anche una riflessione sull’economia civile richiamata da Papa Francesco, che rimette al centro la persona, le comunità e il bene comune. In questa prospettiva, la transizione energetica diventa anche una questione di giustizia e di responsabilità collettiva.

In questo quadro, l’elettrico rappresenta una leva fondamentale di modernizzazione. L’eolico mostra la maturità di una tecnologia ormai in grado di contribuire alla sicurezza energetica e alla creazione di valore industriale. L’energia idrica continua a essere uno dei pilastri più solidi della stabilità energetica europea. Acqua, vento, elettrificazione dei consumi e innovazione nelle reti raccontano una traiettoria concreta. Il problema, quindi, riguarda sempre meno la fattibilità tecnica e sempre più la volontà di compiere scelte coerenti fino in fondo.

La mia ironia sul pedalare nasce precisamente da qui. Pedalare per scelta è progresso. Pedalare per convinzione, per benessere, per sostenibilità urbana, per qualità della vita, è un segno di maturità. Pedalare perché, dopo decenni di promesse e ritardi, restiamo ancora impigliati nella dipendenza dalle fonti fossili, assumerebbe invece un significato completamente diverso. Sarebbe la fotografia di una politica energetica rimasta incompiuta. E il paradosso sarebbe ancora più forte proprio perché pedalare, in sé, è un gesto bello, sano, sostenibile, perfino liberante.

Io continuo a leggere questa sfida come una questione di civiltà. Ed è dentro questo orizzonte che richiamo anche la mia riflessione scientifica. In SPONZIELLO M. (2022), La riduzione dei conflitti passa anche per l’economia ecologica, pubblicato nel 2022, ho sostenuto che l’economia ecologica può contribuire a ridurre tensioni e conflitti perché interviene sulle basi materiali della competizione per le risorse. Oggi quella prospettiva mi appare ancora più attuale. Energia, sostenibilità, stabilità e pace appartengono allo stesso campo.

La Pasqua parla di passaggio, rigenerazione, trasformazione. Per questo trovo che sia il tempo giusto per una riflessione di questo tipo. Restare ostaggio dell’oro nero significa prolungare una fragilità storica che avremmo già dovuto superare. Investire in ricerca, rinnovabili, elettrico, eolico, idrico e innovazione sostenibile significa invece aprire una stagione diversa, più solida, più giusta, più lungimirante.

Una luce di speranza, comunque, esiste. La vedo nelle comunità energetiche, nelle imprese che innovano con serietà, nei territori che sperimentano nuovi modelli, nei giovani ricercatori e in una crescente consapevolezza collettiva. Il mio augurio per Pasqua 2026 conserva quindi il tono dell’ironia, però cerca soprattutto la sostanza della responsabilità. E ci ritrovammo tutti a pedalare. Bene, se quel pedalare sarà il segno di una scelta di benessere, di equilibrio e di libertà. Bene, se sarà il simbolo di una società che ha finalmente investito nelle energie alternative e ha saputo spezzare la propria dipendenza dall’oro nero.

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