Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Piano nazionale per l’economia sociale, recependo il percorso europeo avviato con il Piano d’azione della Commissione europea del dicembre 2021 e con la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023.

È una notizia rilevante per il futuro dello sviluppo sostenibile in Italia. Il Piano introduce una cornice strategica per un insieme di organizzazioni che da anni contribuiscono alla coesione sociale, all’occupazione, ai servizi di prossimità, alla rigenerazione dei territori e alla transizione ecologica.

L’economia sociale comprende cooperative, imprese sociali, enti del Terzo settore, fondazioni, enti religiosi civilmente riconosciuti, enti sportivi dilettantistici e credito cooperativo. Il tratto comune è chiaro. Al centro ci sono le persone, il reinvestimento degli utili nelle finalità istituzionali e una governance democratica o partecipativa.

Questa impostazione affonda le proprie radici nell’economia civile, una tradizione italiana che interpreta il mercato come luogo di reciprocità, fiducia, cooperazione e generazione di bene comune. L’economia civile supera l’idea di uno sviluppo fondato soltanto sulla massimizzazione del profitto e richiama una visione in cui impresa, istituzioni e comunità concorrono insieme alla produzione di valore sociale.

Il valore del Piano sta nella scelta di ricomporre questo ecosistema dentro una strategia nazionale. Per anni queste realtà sono state lette come comparti separati. Oggi entrano in una visione unitaria che riguarda fiscalità, finanza sociale, lavoro, procurement pubblico, formazione, ricerca e misurazione dell’impatto.

Letto attraverso la lente degli ESG, il Piano assume un significato ancora più ampio. La dimensione sociale emerge nella capacità di generare inclusione, occupazione, welfare territoriale e partecipazione. La governance prende forma nella coprogettazione, nell’amministrazione condivisa, nella trasparenza e nella misurazione degli impatti. La dimensione ambientale si collega alle comunità energetiche, alla rigenerazione urbana, alle aree interne e ai modelli di sviluppo locale sostenibile.

Qui si apre il punto più interessante. Gli ESG stanno uscendo dal solo perimetro aziendale e stanno diventando una chiave di lettura dei territori. La sostenibilità riguarda sempre più la capacità di una comunità di organizzare risorse, istituzioni, imprese e cittadini intorno a obiettivi misurabili di benessere, resilienza e competitività.

Il Piano nazionale per l’economia sociale può diventare uno dei primi strumenti italiani di governance ESG territoriale. Offre una base per leggere l’impatto sociale e ambientale dentro le politiche pubbliche, superando una sostenibilità fatta soltanto di rendicontazioni aziendali.

Resta aperto il tema delle società benefit e delle B Corp. Queste imprese fanno parte dell’economia dell’impatto, integrano finalità sociali e ambientali nella propria governance, misurano il valore generato e dialogano pienamente con gli ESG. Sul piano giuridico restano distinte dall’economia sociale, perché operano come imprese lucrative e possono distribuire utili.

È qui che prende forma il dibattito sul quarto settore. Accanto al pubblico, al privato tradizionale e al Terzo settore sta emergendo uno spazio nuovo, composto da imprese di mercato orientate all’impatto. Società benefit e B Corp rappresentano oggi una parte importante di questo universo.

A mio avviso, il passaggio successivo sarà costruire un raccordo tra economia sociale e quarto settore. I due mondi hanno regole diverse, ma condividono obiettivi sempre più vicini. Entrambi lavorano sulla sostenibilità, sulla misurazione dell’impatto, sulla governance responsabile e sulla creazione di valore condiviso.

L’approvazione del Piano nazionale segna quindi una svolta. L’Italia riconosce l’economia sociale come infrastruttura dello sviluppo sostenibile. Ora la sfida sarà trasformare questa cornice in strumenti operativi e, allo stesso tempo, aprire una riflessione più avanzata sull’intero ecosistema dell’impatto, dove economia civile, ESG, economia sociale e quarto settore possono diventare parti della stessa strategia nazionale.

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