Per molti anni abbiamo raccontato lo sviluppo attraverso un numero capace di sintetizzare la dimensione economica di un Paese. Quel numero è il PIL. Resta uno strumento essenziale per comprendere produzione, consumi e andamento dell’economia, ma oggi la qualità dello sviluppo richiede uno sguardo molto più ampio. Ambiente, salute, istruzione, fiducia nelle istituzioni, coesione sociale, qualità dei servizi e capacità di lasciare alle generazioni future un territorio ancora ricco di opportunità sono diventati elementi centrali nella valutazione del progresso. È su questa prospettiva che le Nazioni Unite hanno compiuto un passaggio significativo. Il 7 maggio 2026 è stato presentato agli Stati membri il rapporto finale dell’High-Level Expert Group on Beyond GDP, il gruppo indipendente nominato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel maggio 2025 su richiesta degli stessi Stati membri. Il rapporto propone un sistema composto da 31 indicatori destinati ad affiancare il PIL e offrire una rappresentazione più completa dello sviluppo.

Oltre il PIL cambia il modo di leggere lo sviluppo

A mio avviso siamo davanti a qualcosa che va molto oltre una discussione numerica pura. Cambiare ciò che misuriamo significa progressivamente cambiare anche ciò che consideriamo importante. Quando un’amministrazione misura crescita economica, investimenti e occupazione tenderà naturalmente a costruire politiche orientate verso quelle variabili. Quando iniziamo a misurare anche qualità ambientale, inclusione, sicurezza, salute, capitale naturale, qualità istituzionale e coesione sociale, cambia la stessa idea di sviluppo territoriale. Il framework ONU nasce proprio da questa esigenza. Il progresso viene interpretato come benessere equo, inclusivo e sostenibile e viene osservato attraverso quattro grandi dimensioni che comprendono i principi fondamentali, il benessere presente, l’equità e l’inclusione, la sostenibilità e la resilienza. La scelta forse più interessante riguarda il rapporto con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Quasi la metà dei 31 indicatori deriva direttamente dal sistema degli SDGs. L’ONU parte quindi da strumenti già conosciuti e costruisce una cornice capace di trasformare la sostenibilità da insieme di obiettivi a possibile infrastruttura della programmazione economica e territoriale.

Dal PIL agli ESG territoriali

È questo il punto che considero particolarmente importante. Da tempo nelle mie ricerche lavoro sul rapporto tra ESG, innovazione e sviluppo territoriale sostenibile, anche con l’Osservatorio degli ESG per i Territori. L’idea di fondo consiste nel trasferire progressivamente la logica ESG dalla singola organizzazione al territorio, osservando città, aree interne, regioni e comunità attraverso indicatori ambientali, sociali e di governance capaci di raccontarne qualità, resilienza e capacità competitiva. Il rapporto Beyond GDP rafforza questa impostazione. Un territorio economicamente dinamico può contemporaneamente perdere capitale naturale, registrare difficoltà nell’accesso ai servizi, diminuire la propria capacità di attrarre giovani e competenze oppure attraversare una progressiva erosione della fiducia verso le istituzioni. Guardando esclusivamente alla produzione economica, una parte consistente di questi fenomeni rimane ai margini della rappresentazione dello sviluppo. Gli ESG territoriali possono contribuire proprio a colmare questa distanza tra economia reale e qualità reale dello sviluppo. Per questo considero la misurazione uno dei terreni più interessanti dell’innovazione pubblica dei prossimi anni. Innovare significa anche costruire nuovi strumenti attraverso cui comprendere un territorio, orientare le politiche pubbliche, valutare gli investimenti e rendere maggiormente leggibile l’impatto prodotto dalle imprese e dalle istituzioni.

La sostenibilità diventa capitale territoriale

Un altro elemento del rapporto ONU che trovo particolarmente significativo riguarda il concetto di capitale. La sostenibilità e la resilienza vengono osservate attraverso diverse forme di patrimonio che comprendono capitale prodotto, umano, sociale, istituzionale e naturale. È un cambio di prospettiva importante. Una comunità possiede infrastrutture, imprese e immobili, ma possiede anche competenze, relazioni, fiducia, qualità delle istituzioni, paesaggio, biodiversità, acqua, suolo e patrimonio culturale. Tutto questo contribuisce alla capacità di generare benessere nel tempo. In questa prospettiva la sostenibilità diventa anche una forma di politica economica. Proteggere il capitale naturale significa preservare una componente della ricchezza territoriale. Investire nell’istruzione significa rafforzare il capitale umano. Costruire istituzioni affidabili significa accrescere capitale istituzionale. Favorire reti tra imprese, amministrazioni, università e Terzo settore significa aumentare capitale sociale. È qui che vedo uno spazio enorme anche per l’innovazione. Dati territoriali, intelligenza artificiale, sistemi informativi geografici, open data e nuovi strumenti di valutazione possono rendere questi fenomeni sempre più osservabili e aiutare amministrazioni e imprese a prendere decisioni fondate su una conoscenza molto più profonda dei territori.

L’Italia parte dal BES

Per l’Italia questa evoluzione parte da una base già significativa. Il sistema del Benessere Equo e Sostenibile elaborato dall’Istat comprende oggi 152 indicatori articolati in 12 domini che spaziano dalla salute all’istruzione, dal lavoro alle relazioni sociali, dalla qualità delle istituzioni all’ambiente, fino a innovazione, ricerca, creatività e qualità dei servizi. Dal 2017 una selezione di 12 indicatori BES è entrata anche nel ciclo della programmazione economica italiana, in applicazione della legge 163 del 2016. Abbiamo quindi già una cultura statistica che permette di dialogare con il framework Beyond GDP delle Nazioni Unite. La sfida riguarda ora la capacità di portare questa cultura della misurazione sempre più vicino ai territori. Regioni, città metropolitane, province, comuni e aggregazioni territoriali potrebbero progressivamente dotarsi di dashboard capaci di integrare dati economici con indicatori ambientali, sociali e di governance. In questo modo il bilancio di un territorio potrebbe essere letto insieme alla qualità dell’aria, alla disponibilità di servizi, alla capacità innovativa delle imprese, alla partecipazione civica, alla gestione delle risorse naturali e alla capacità di trattenere capitale umano. È esattamente in questa direzione che vedo evolvere il concetto di ESG territoriale.

Misurare meglio per governare meglio

La questione, alla fine, riguarda il significato che attribuiamo alla parola progresso. Possiamo avere territori che producono maggiore ricchezza economica e allo stesso tempo consumano una parte crescente delle risorse sulle quali quella stessa ricchezza si fonda. Possiamo avere territori capaci di attrarre investimenti e contemporaneamente perdere popolazione giovane. Possiamo aumentare produzione e consumi mentre diminuiscono qualità ambientale, fiducia o coesione sociale. Il framework Beyond GDP prova a rendere visibili queste relazioni e rappresenta anche una conferma della necessità di sviluppare sistemi territoriali ESG sempre più solidi, scientificamente fondati e confrontabili. La sostenibilità acquista valore quando diventa misurabile e quando quelle misurazioni entrano realmente nei processi decisionali. Il futuro delle politiche pubbliche potrebbe passare proprio da qui. Accanto alla domanda su quanto cresce un territorio dovremo imparare a chiederci come cresce, quale valore distribuisce, quali risorse conserva, quali opportunità genera e quale patrimonio lascia a chi verrà dopo. Il PIL continuerà a raccontarci una parte fondamentale dell’economia. Gli indicatori Beyond GDP possono aiutarci a raccontare il resto. Ed è proprio dentro quel resto che, molto spesso, si trova la qualità reale dello sviluppo.

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