Da tempo sostengo che il passaggio decisivo per la sostenibilità delle imprese sia trasformarla da insieme di adempimenti e dichiarazioni a componente fondamentale della strategia aziendale. Questa riflessione diventa ancora più interessante quando riguarda le reti di imprese. È qui che prende forma l’idea di Rete Benefit che porto avanti, intesa come evoluzione organizzativa della collaborazione tra imprese capace di integrare principi Benefit, criteri ESG, innovazione, sistemi di gestione e obiettivi comuni di sostenibilità. La presenza nella stessa rete di Società Benefit, aziende certificate, imprese che adottano sistemi ISO o organizzazioni che pubblicano informazioni di sostenibilità rappresenta un punto di partenza importante. Il salto competitivo arriva quando queste caratteristiche vengono messe a sistema. La rete acquista valore quando riesce a trasformare competenze, dati, certificazioni e standard dei singoli retisti in una capacità collettiva maggiore. È proprio questo il punto centrale della mia idea di Rete Benefit. La sostenibilità può diventare l’infrastruttura organizzativa attraverso cui più PMI costruiscono insieme una filiera qualificata, misurabile e riconoscibile dal mercato.

Dalla sostenibilità della singola impresa alla sostenibilità della filiera

Il mercato sta spingendo le imprese verso una crescente capacità di documentare le proprie performance ambientali, sociali e di governance. Questo fenomeno riguarda anche molte PMI che operano nelle catene del valore di imprese più grandi oppure si rapportano con banche e istituzioni finanziarie. Lo standard volontario VSME rappresenta da questo punto di vista uno strumento particolarmente interessante per rendere più omogenee le informazioni di sostenibilità delle PMI e facilitare il dialogo con grandi imprese, banche e investitori. Una Rete Benefit può organizzare un sistema condiviso di raccolta dei dati ESG, definire indicatori comuni, costruire procedure omogenee e accompagnare le imprese verso livelli progressivamente più avanzati di qualificazione. Il cliente avrebbe così davanti una filiera capace di utilizzare criteri comuni, con informazioni confrontabili e procedure riconoscibili. La sostenibilità diventa quindi anche uno strumento di accesso al mercato.

La rete può ridurre il costo della compliance ESG

Per molte PMI la transizione ESG presenta anche una questione economica. Raccolta dei dati, formazione, sistemi informativi, audit, consulenza specialistica, certificazioni, monitoraggio energetico e rendicontazione richiedono competenze e investimenti. Attraverso una rete questi costi possono essere condivisi. Un’unica infrastruttura digitale può raccogliere parte dei dati ESG dei retisti, la formazione può essere progettata congiuntamente e alcune attività di audit, monitoraggio, qualificazione dei fornitori e reporting possono essere coordinate a livello di rete. Anche la gestione di energia, logistica, rifiuti e approvvigionamenti può beneficiare della dimensione collettiva. Il risultato riguarda sia la compliance sia l’efficienza. Sistemi di gestione ambientale ed energetica possono così assumere una dimensione ulteriore e contribuire alla costruzione di standard comuni e alla progressiva qualificazione di tutta la filiera.

Dal prodotto della singola impresa al prodotto rete

Considero questo uno dei passaggi più importanti. L’Italia possiede un patrimonio enorme di PMI specializzate. Molte hanno competenze tecniche elevate, capacità innovative e conoscenze maturate in decenni di attività. La dimensione aziendale può però limitare l’accesso a commesse complesse, grandi supply chain internazionali e progetti che richiedono una pluralità di competenze integrate. La rete può trasformare questa frammentazione in specializzazione coordinata. Immaginiamo il settore edilizio. Un’impresa realizza materiali innovativi, un’altra lavora sull’efficienza energetica, un’altra gestisce gli impianti, un’altra possiede competenze di progettazione sostenibile e un’altra ancora sviluppa sistemi digitali di monitoraggio. La Rete Benefit può trasformare queste capacità separate in un prodotto unico. Il cliente acquista così una filiera capace di garantire selezione dei materiali, efficienza energetica, gestione dei rifiuti, sicurezza dei lavoratori, qualificazione dei fornitori, tracciabilità dei processi e misurazione delle performance ambientali attraverso regole condivise. Questa è innovazione organizzativa. La vera innovazione nasce anche dalla capacità di costruire modelli nuovi di collaborazione tra imprese. La tecnologia rimane fondamentale, mentre la qualità del sistema organizzativo determina la capacità di utilizzarla e trasformarla in valore economico, sociale e ambientale.

Il marchio di Rete Benefit

È in questo passaggio che considero particolarmente interessante introdurre il concetto di marchio di Rete Benefit. Il marchio può diventare la rappresentazione visibile del sistema costruito dalla rete. Il suo valore deriva dai criteri che ne regolano l’utilizzo, dagli standard condivisi, dai sistemi di verifica e dagli obiettivi comuni che le imprese aderenti assumono. Immagino quindi il marchio di Rete Benefit come qualcosa di molto più profondo rispetto a un’identità grafica comune. Deve poter comunicare al mercato che dietro quel segno esiste una rete composta da imprese selezionate secondo criteri definiti, impegnate in un percorso comune di sostenibilità e sottoposte a meccanismi di monitoraggio delle performance. In questa prospettiva il marchio diventa uno strumento di qualificazione della filiera. Un committente che incontra il marchio di Rete Benefit dovrebbe poter associare quella rete a un sistema preciso di requisiti ESG, standard organizzativi, tracciabilità, obiettivi ambientali e sociali e capacità di misurazione. Il marchio acquista valore quanto più riesce a trasformare la fiducia in informazioni verificabili. È proprio qui che vedo uno degli sviluppi più interessanti del modello. Il marchio può accompagnare la rete verso la costruzione di una reputazione collettiva, facendo sì che la qualità del singolo retista contribuisca alla forza del sistema e che la forza del sistema aumenti contemporaneamente il valore percepito delle imprese aderenti. Una PMI che entra in una Rete Benefit qualificata entra così anche in un ecosistema reputazionale e commerciale condiviso.

Il marchio come passaporto ESG collettivo

Da questa impostazione deriva un secondo concetto che considero particolarmente importante. La rete può diventare una piattaforma di qualificazione delle imprese aderenti e il marchio può rappresentarne il passaporto ESG collettivo. Ogni Rete Benefit potrebbe definire un proprio livello minimo di accesso e un percorso progressivo di miglioramento. Una Società Benefit potrebbe portare dentro la rete il proprio modello di governance orientato all’impatto, un’altra impresa potrebbe adottare VSME, un’altra ancora potrebbe possedere sistemi di gestione ambientale o energetica e altre imprese potrebbero seguire un percorso di adeguamento definito dalla rete. La forza del modello risiede nella costruzione di una base comune e verificabile. L’appartenenza alla rete potrebbe così assumere progressivamente anche un valore informativo verso il mercato. Un cliente, una banca, una grande impresa o un partner internazionale avrebbe la possibilità di comprendere quali criteri vengono richiesti ai retisti, quali indicatori vengono monitorati e quali procedure vengono condivise. Il marchio renderebbe visibile questa appartenenza e potrebbe diventare il punto di accesso a un insieme strutturato di informazioni sulla rete. In prospettiva potrebbe essere associato anche a sistemi digitali di tracciabilità, schede ESG, informazioni sulla filiera, indicatori ambientali e sociali o strumenti capaci di rendere leggibili le performance comuni. Marchio, dati e governance diventerebbero così parti dello stesso modello.

L’addizionalità rappresenta il cuore della Rete Benefit

Esiste poi un principio che considero decisivo per distinguere una semplice aggregazione di imprese da una vera Rete Benefit. È il principio di addizionalità. La rete deve generare un risultato ulteriore rispetto alla somma delle attività svolte dai singoli retisti. Una Rete Benefit deve costruire valore attraverso la collaborazione. Questo valore può tradursi in riduzione delle emissioni della filiera, maggiore efficienza energetica, innovazione di prodotto, formazione condivisa, utilizzo coordinato di materiali a minore impatto, economia circolare, sviluppo di nuove competenze, creazione di opportunità occupazionali, rigenerazione del territorio o maggiore capacità di partecipare a mercati complessi. L’elemento essenziale riguarda la misurabilità. Anche il marchio di Rete Benefit dovrebbe poggiare su questa addizionalità. Il suo utilizzo dovrebbe raccontare il valore generato dalla rete nel suo complesso e la capacità della collaborazione di produrre risultati ulteriori rispetto alle performance individuali. In questo modo il marchio diventa esso stesso uno strumento di innovazione organizzativa e di posizionamento competitivo.

La mia idea di Rete Benefit parte da qui

La riflessione che porto avanti sulla Rete Benefit nasce esattamente da questa prospettiva. Vedo la rete come un modello organizzativo attraverso cui le PMI possono affrontare insieme la transizione sostenibile e digitale, accedere a competenze che singolarmente sarebbero più difficili da sviluppare, condividere parte dei costi ESG e costruire una massa critica maggiore nei confronti del mercato. All’interno di questo modello il marchio di Rete Benefit può diventare uno degli elementi più riconoscibili, capace di rappresentare una comunità produttiva qualificata, una governance comune, standard condivisi, capacità di misurazione e impegni progressivi di sostenibilità. La competitività futura delle imprese italiane passerà sempre più dalla qualità delle filiere. Per questo ritengo riduttivo leggere ESG, Società Benefit, certificazioni ambientali e reporting esclusivamente come strumenti reputazionali. Il loro valore più interessante emerge quando diventano elementi di progettazione industriale, organizzazione della supply chain e innovazione. La Rete Benefit può rappresentare uno spazio nel quale questo passaggio diventa concreto. Il vero obiettivo consiste nel costruire reti capaci di aggregare imprese qualificate, standardizzare dati e processi, condividere investimenti, sviluppare innovazione, ridurre rischi, migliorare l’accesso alle grandi supply chain e presentarsi sui mercati internazionali con una proposta integrata e verificabile. In questa prospettiva la sostenibilità diventa l’architettura della rete e il marchio di Rete Benefit può diventarne la manifestazione riconoscibile sul mercato. La rete vende capacità produttiva, competenze e innovazione attraverso una filiera organizzata, qualificata e misurabile. Il marchio rende riconoscibile questa promessa. I dati, la governance e i risultati devono renderla credibile.

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