Quando ho iniziato a seguire da vicino l’evoluzione delle politiche ESG in Europa, l’ho fatto con una convinzione semplice: la sostenibilità sarebbe diventata sempre più un linguaggio comune tra imprese, investitori e istituzioni. Oggi, però, osservando come stanno cambiando tempi e perimetri delle regole, mi resta addosso una sensazione diversa: la direzione non è in discussione, ma il “passo” con cui l’Europa vuole arrivarci sì. Il pacchetto Omnibus ha infatti introdotto rinvii e una logica di semplificazione che sposta in avanti alcune scadenze chiave, in particolare per la rendicontazione di sostenibilità CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) e per l’obbligo di diligenza CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive). In questo nuovo assetto, l’obbligo di reporting si concentra sulle grandi imprese con oltre 1.000 dipendenti e almeno 450 milioni di euro di fatturato netto annuo; sul fronte della due diligence, gli obblighi ricadono sulle aziende quotate e sui grandi gruppi con più di 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato. Il risultato è che la grande maggioranza delle PMI europee resta fuori dagli adempimenti obbligatori previsti da queste norme.

È qui che, secondo me, si apre la domanda davvero strategica: come trasformare la sostenibilità in un vantaggio competitivo europeo, mentre Stati Uniti e Cina corrono su logiche di scala, velocità e attrazione di capitali? La mia risposta prende forma nella proposta di una European ESG Company (EEC), concepita non come una mera etichetta giuridica, ma come una leva di competitività territoriale: una forma giuridica volontaria, esplicitamente non obbligatoria, e chiaramente riconoscibile, analoga per funzione alle Società Benefit italiane ma progettata su scala europea. Il punto non è “aggiungere burocrazia”, ma dotarsi di uno strumento essenziale, leggibile e verificabile: un modello fondato su un unico adempimento, cioè la redazione di un bilancio di sostenibilità semplificato, basato sullo standard VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standards for Non-listed SMEs) già previsto dal quadro normativo europeo per le imprese che scelgono volontariamente di rendicontare le proprie performance di sostenibilità; la sigla EEC verrebbe formalizzata nella ragione sociale, rendendo immediata l’identificazione sul mercato.

Questa impostazione disegna anche un modello europeo alternativo a quello delle B-Corporation americane, che operano, tra l’altro, fuori da un quadro normativo pubblico: se l’Europa gioca bene la sua partita, può competere con un’arma tipicamente europea, la “fiducia regolatoria”, che quando è ben progettata non rallenta ma accelera investimenti, riduce frizioni e semplifica decisioni e partnership. La European ESG Company diventerebbe così una “corsia preferenziale reputazionale” per le imprese che investono davvero in governance e impatti misurabili e verificabili, offrendo un linguaggio comune in 27 Paesi e quindi comparabilità e credibilità—proprio ciò che il capitale, soprattutto industriale, cerca quando deve scegliere dove posizionarsi. Perché funzioni davvero, però, serve renderlo praticabile anche per le PMI con un percorso volontario che dia identità e mercato a chi investe: in questo senso l’esperienza pugliese è un segnale utile, con la legge regionale n. 18 del 12 agosto 2022 che istituisce un albo speciale per le Società Benefit residenti in Puglia e con i dati Unioncamere Puglia: al 30 giugno 2025 le società benefit in Puglia risultano 235, con una crescita quasi del 30% rispetto all’anno precedente e un ruolo di leadership nel Mezzogiorno. La mia idea è portare questa logica “dal territorio” a una proposta europea capace di diventare infrastruttura competitiva del continente: se l’Europa vuole rafforzare davvero la propria posizione nel mondo, deve rendere la sostenibilità una piattaforma di attrazione e crescita, con un marchio unico, standard credibili e un ecosistema che attragga nel mercato unico imprenditori da tutto il mondo per costruire valore nel vecchio continente. Source

Leggi l’articolo integrale sul Quotidiano di Puglia

#

Comments are closed